SENZA CULLE, SENZA BANCHI E SENZA FUTURO.
di Beppe Mambretti (*) - I dati sul futuro della scuola italiana ci mettono davanti a una domanda che riguarda tutti: quale Paese stiamo lasciando a chi verrà dopo di noi? Secondo le proiezioni della Fondazione Agnelli, entro il 2040 potremmo avere quasi due milioni di studenti in meno. Mantenendo le regole attuali, questo potrebbe comportare circa 95 mila classi e 166 mila insegnanti in meno. Sono previsioni, ma indicano una direzione che dobbiamo prendere sul serio (fondazioneagnelli.it). Provo a immaginare cosa possa significare nella vita di un paese: meno bambini all’uscita della scuola, meno famiglie che si incontrano, meno occasioni per stare insieme. E, dove una scuola chiude, il rischio di rendere ancora più difficile la vita di chi vorrebbe restare. C’è però un punto che considero fondamentale: meno alunni non deve significare automaticamente meno scuola. Potremmo scegliere classi meno affollate, più attenzione ai bambini in difficoltà, più sostegno agli insegnanti. Il calo delle nascite è un problema; come organizzare la scuola resta una nostra responsabilità. Anche i dati sul lavoro fanno pensare. Le più recenti previsioni Istat indicano che le persone attive tra i 15 e i 64 anni potrebbero passare da 24,8 milioni nel 2025 a 21,4 milioni nel 2050. Sono 3,4 milioni in meno, anche ipotizzando che una quota maggiore della popolazione partecipi al mercato del lavoro. Per persone attive si intendono sia quelle che lavorano sia quelle che cercano un’occupazione (istat.it). Questo significa che dobbiamo preoccuparci di come tenere in piedi i servizi, l’assistenza, le pensioni. E di chi, domani, si prenderà cura di una popolazione sempre più anziana. Non tutto dipende dal numero dei lavoratori: contano anche la qualità del lavoro, la formazione e gli strumenti a disposizione. Ma ignorare il problema sarebbe una leggerezza.
Io non ho ricette da economista. Mi pongo però alcune domande molto concrete. Come può una giovane coppia progettare un figlio se non sa quanto durerà il proprio lavoro? Come affronta un affitto, le spese di tutti i giorni e il costo di un nido? Come si organizza una famiglia se gli orari dei servizi non coincidono con quelli del lavoro e i nonni non possono dare una mano? Prima di chiedere ai giovani di avere figli, credo dovremmo chiederci quanto li aiutiamo a costruire una vita nella quale quel desiderio possa trovare spazio. Avere un figlio deve restare una scelta libera, e chi lo desidera dovrebbe poterla affrontare senza sentirsi lasciato solo. Per questo vorrei vedere un impegno continuo: servizi per l’infanzia accessibili, lavoro più stabile, case sostenibili, responsabilità familiari condivise tra madri e padri. Interventi sui quali una famiglia possa contare negli anni. E mentre pensiamo ai bambini che nasceranno, dobbiamo occuparci di quelli che ci sono già. Di chi cresce nella povertà, di chi fatica a scuola, di chi rischia di restare escluso. Anche dei bambini arrivati da altri Paesi, che vivono e studiano accanto ai nostri figli e nipoti. Il futuro si costruisce dando a ciascuno la possibilità di farne parte. Nel sociale possiamo fare molto: ascoltare, accompagnare, creare legami, aiutare concretamente. Ma il volontariato ha bisogno di istituzioni presenti e di servizi che funzionano. La buona volontà delle persone va sostenuta. A me interessa questo: passare dalla preoccupazione a qualche scelta concreta, della quale si possa vedere il risultato. Vorrei un Paese nel quale mettere al mondo un figlio e accompagnarlo nella crescita sia una speranza possibile. E nel quale ogni bambino trovi posto, attenzione e opportunità. Perché il futuro comincia da come ci prendiamo cura delle persone, oggi.
(*) Membro della Direziona Nazionale C.R.