Se il Palazzo gioca con la legge elettorale mentre il Paese affonda.
di Beppe Mambretti (*) - Se il Palazzo gioca con la legge elettorale mentre l'industria affonda, quando la vera riforma è cambiare le regole nei partiti.Mentre le filiere produttive italiane affrontano una delle transizioni economiche e industriali più complesse della storia recente, le energie e il dibattito della politica istituzionale tornano a concentrarsi su un tema autoreferenziale: la legge elettorale.Il contrasto tra le priorità del Paese reale e le preoccupazioni della politica appare stridente, specialmente all'indomani del voto europeo e di fronte a una politica continentale che molti percepiscono come subalterna o arrendevole verso la Cina. Da un lato ci sono la complessa riconversione dell'ex ILVA di Taranto, le difficoltà dell'indotto manifatturiero e la crisi di competitività dell'automotive — schiacciato tra le rigide normative ambientali di Bruxelles e la pressione aggressiva dei colossi statali cinesi. Dall'altro, un Palazzo che spende tempo ed energie a discutere su come distribuire seggi e nomine per le prossime elezioni.
Il nodo fondamentale del meccanismo elettorale oggi in discussione non è solo tecnico, ma riguarda direttamente il concetto di rappresentanza. Con un sistema in cui le preferenze effettive rischiano di incidere solo su una percentuale minoritaria degli eletti, la scelta reale continua a scivolare dalle mani dei cittadini a quelle delle segreterie di partito. I meccanismi dei capilista pluricandidati e delle liste bloccate trasformano l'elezione in una cooptazione dall'alto: sono le dirigenze a decidere chi deve entrare in Parlamento e in quali collegi far scattare le opzioni. Proprio per questo, prima ancora di intervenire sulle formule elettorali, la vera riforma di cui la democrazia italiana avrebbe bisogno riguarda la vita interna alle forze politiche. L'Articolo 49 della Costituzione stabilisce che i cittadini concorrono "con metodo democratico" a determinare la politica nazionale. Per decenni, tuttavia, questo principio è stato applicato quasi esclusivamente al momento del voto esterno, lasciando all'interno dei partiti una discrezionalità organizzativa pressoché totale. Le conseguenze di questo vuoto regolatorio sono evidenti: congressi convocati con tempi che impediscono un vero confronto, primarie aperte suscettibili di condizionamenti esterni, o strutture verticistiche e personali gestite secondo logiche di pura fedeltà o di appartenenza. Finché la selezione della classe dirigente risponderà al gradimento dei vertici anziché al merito, alla competenza e al radicamento territoriale, sarà difficile per le istituzioni difendere gli interessi industriali nazionali sullo scacchiere internazionale. Dare regole chiare, trasparenti e vincolanti alla democrazia interna dei partiti non è una questione burocratica: è il prerequisito per restituire dignità alla rappresentanza e riavvicinare le istituzioni ai problemi concreti del Paese.
(*) Componente Direzione Nazionale CR