Il conservatorismo come risposta alla crisi della modernità
di Stefania Liotta - Con “Il conservatore. Viaggio in un’Italia senz’anima”, Gennaro Malgieri propone una riflessione ampia e controcorrente sulla crisi culturale, politica e morale dell’Italia contemporanea. Il libro non è soltanto una difesa del conservatorismo, né una semplice critica della modernità: è soprattutto un tentativo di restituire dignità intellettuale a una visione del mondo spesso ridotta a caricatura ideologica o a nostalgico rifiuto del presente. Per Malgieri, conservare non significa opporsi al cambiamento. Significa, piuttosto, saper distinguere ciò che merita di essere custodito da ciò che può essere superato. Il conservatore non è il reazionario che vorrebbe riportare indietro le lancette della storia, ma colui che possiede il senso della continuità, che riconosce l’esistenza di un patrimonio morale, culturale e spirituale costruito dalle generazioni precedenti e avverte il dovere di trasmetterlo a quelle future. È attorno a questa idea che si sviluppa il nucleo centrale del volume. Il conservatorismo viene presentato come una “politica dello spirito”, fondata sulla consapevolezza che l’individuo non esaurisce in se stesso il senso della propria esistenza, ma appartiene a una storia più lunga, a una comunità, a una tradizione e a un’eredità che lo precedono e che dovrà continuare dopo di lui. Nel ricostruire questa visione, Malgieri attraversa un vasto panorama di autori e tradizioni intellettuali. Da Edmund Burke a Joseph de Maistre, da Arthur Moeller van den Bruck a Russell Kirk, da Roger Scruton a Karl Mannheim, fino a Giuseppe Prezzolini, emerge una concezione del conservatorismo come atteggiamento dinamico, realistico e creativo. Un conservatorismo, dunque, che non prende dal passato “la cenere, ma il fuoco”: non la sterile ripetizione delle forme, ma la capacità di rinnovare i valori permanenti all’interno delle trasformazioni storiche. In questa prospettiva assume particolare rilievo la critica alla modernità nata dalle grandi rivoluzioni politiche e culturali, fino al Sessantotto, considerato dall’autore uno spartiacque decisivo nella dissoluzione di molti dei tradizionali riferimenti della società occidentale. L’autorità, il merito, la tradizione, l’appartenenza comunitaria e il senso del limite sarebbero stati progressivamente sostituiti da un individualismo radicale e da un relativismo che, nella promessa di una liberazione assoluta, hanno finito per produrre nuove forme di solitudine e di frammentazione sociale. Malgieri affronta in particolare il tema dell’autorità, spesso equivocato e confuso con l’autoritarismo. Nel suo ragionamento, autorità e libertà non sono termini contrapposti, ma principi complementari. La prima non deve essere intesa come imposizione arbitraria, bensì come riconoscimento di responsabilità, competenza e valori condivisi. Una società che rifiuta ogni principio di autorità rischia, paradossalmente, di indebolire le stesse condizioni che rendono possibile l’esercizio della libertà. Lo stesso equilibrio viene ricercato nel rapporto con lo Stato. L’autore prende le distanze tanto dallo statalismo burocratico e partitocratico quanto dalle forme più radicali di antistatalismo contemporaneo. Lo Stato non deve invadere ogni spazio della società, ma neppure dissolversi lasciando l’individuo solo di fronte ai grandi poteri economici e alle dinamiche globali. La prospettiva conservatrice valorizza invece la sussidiarietà, le autonomie, le comunità e le istituzioni intermedie, nella convinzione che il bene comune non possa nascere né dal collettivismo né dall’individualismo assoluto. Una parte significativa della riflessione è dedicata anche alla distinzione tra autentico conservatorismo e alcune sue deformazioni contemporanee. Malgieri polemizza con il cosiddetto “iperliberismo” e con la tendenza, diffusa soprattutto nel linguaggio giornalistico, a definire automaticamente conservatori tutti i leader politici collocati a destra. Da questa prospettiva, il conservatorismo non può essere identificato con il semplice liberismo economico, né con un atteggiamento reattivo o populista: la sua tradizione più profonda è invece caratterizzata da una forte attenzione alla dimensione sociale, alla comunità, alla continuità storica e alla responsabilità delle istituzioni. Ne risulta una concezione del conservatorismo come forza di rinnovamento. La conservazione non coincide con l’immobilismo, ma implica la capacità di affrontare il nuovo senza perdere ciò che costituisce il fondamento di una civiltà. È questo il senso del “conservatorismo creativo”, come scrive nella Prefazione Giancristiano Desiderio, : una visione capace di tenere insieme tradizione e innovazione, identità e apertura, libertà e responsabilità. La scrittura di Malgieri è dichiaratamente partecipe e spesso polemica. Non cerca una neutralità accademica, ma rivendica il diritto di formulare un giudizio netto sul proprio tempo. Questa scelta rende il libro vivo e combattivo, anche quando le tesi proposte possono apparire controverse. Il conservatore non è infatti un saggio destinato a confermare convinzioni già consolidate, ma un testo che vuole provocare una discussione. Al centro dell’opera rimane una domanda fondamentale: cosa resta di una società quando smette di riconoscere le proprie radici, la propria memoria e i propri limiti? È da questo interrogativo che prende forma il “viaggio in un’Italia senz’anima” evocato dal titolo. Un’Italia che, secondo Malgieri, rischia di smarrire la propria identità inseguendo modelli culturali privi di un reale legame con la sua storia. Al di là delle appartenenze politiche e delle possibili divergenze con alcune delle tesi dell’autore, il libro ha il merito di riproporre questioni che il dibattito contemporaneo tende spesso a liquidare con formule sbrigative: il rapporto tra libertà e autorità, il ruolo dello Stato, il valore della tradizione, la sovranità, la comunità e la crisi della democrazia. Il conservatore. Viaggio in un’Italia senz’anima è, in definitiva, un saggio denso di riferimenti filosofici, storici e politici, animato dalla convinzione che sia facile distruggere ciò che esiste, ma molto più difficile costruire e preservare ciò che ha valore. Un libro destinato a suscitare discussioni e consensi, ma soprattutto a richiamare l’attenzione sulle fragilità della modernità e sulla necessità di ritrovare un equilibrio tra libertà, responsabilità, autorità e ordine civile. Una lettura consigliata non soltanto a chi si riconosce nella cultura conservatrice, ma anche a chi desidera comprenderne le radici e confrontarsi con una visione alternativa del presente e del futuro dell’Italia e dell’Occidente.