UN PAESE IN OSTAGGIO

di Cristina Del Tutto – Il prossimo 22 ottobre i cittadini di Lombardia e Veneto saranno chiamati ad esprimersi in merito al referendum consultivo indetto dai Governatori Roberto Maroni e Luca Zaia, attraverso cui le due regioni intendono ottenere maggiore autonomia dal Governo centrale, soprattutto in materia fiscale.

Cristina Del Tutto

Cristina Del Tutto

Un fatto questo che ha dato l’ennesima occasione a molti osservatori politici e ai media di accusare il lombardo-veneto di opposizione all’unità nazionale, e di un individualismo che gli suggerisce di non spartire il proprio benessere con le Regioni più povere del Paese. Dai dati divulgati lo scorso 6 settembre dall’Istituto Eupolis, emerge che il residuo fiscale della sola Lombardia ha raggiunto l’esorbitante cifra di 54 miliardi di euro. Con il termine residuo fiscale s’intende la differenza tra quanto un territorio versa allo Stato sotto forma di imposte e quanto riceve sotto forma di spesa pubblica. Ergo, 54 miliardi di ricchezza creata dalla sola Lombardia è stata negli ultimi anni utilizzata per tappare i buchi economici delle altre regioni. Anche prendendo in esame il residuo fiscale pro capite, la situazione non cambia. La Lombardia presenta i valori più alti d’Italia con 5.217 euro, contro il -2.192 della Basilicata, il -2.975 della Calabria e il -3.169 della Sardegna. In generale, quello della Lombardia è in assoluto il valore più alto tra tutte le regioni italiane, ma anche a livello europeo, visto che le due regioni tra le più industrializzate d’Europa come la Catalogna e la Baviera hanno rispettivamente un residuo fiscale di 8 miliardi e 1,5 miliardi. Se la crescita economica e sociale delle regioni più povere mostrasse degli evidenti segnali di ripresa, è probabile che i cittadini lombardi proverebbero un po’ di orgoglio al pensiero di aver determinato benessere nel Paese, o quanto meno sarebbe meno presente la legittima sensazione di essere stati derubati della ricchezza prodotta dal proprio lavoro. Sappiamo però che così non è. I conti delle regioni del Sud erano fuori controllo dieci anni fa come lo sono ora, mentre lo sviluppo economico è ancora una bella idea mai realizzata. Il premio Nobel per l’Economia James McGill Buchanan Jr, nel suo lavoro del 1950 Federalism and Fiscal Equity, ha definito per primo il concetto di residuo fiscale: il trattamento che lo Stato riserva ai cittadini “può considerarsi equo se determina residui fiscali minimi in capo a individui, a prescindere dal territorio nel quale risiedono. Differenze marcate denotano una violazione dei principi di equità basilari”. Ed è evidente che 54 miliardi non possono essere considerati un “residuo minimo”. Al secondo posto di questa classifica generale guarda caso troviamo proprio la Regione Veneto con un residuo di 15.458 miliardi, che seppur rilevante è comunque nettamente inferiore a quello della Lombardia, e a seguire il Piemonte con 8.606 miliardi e la Toscana con 5.422 miliardi. Guardando l’elenco partendo dal basso troviamo la Regione Sicilia con un residuo che si attesta a -10.617 miliardi, l’immancabile Calabria con un -5.871 mln, seguita dalla Campania con -5.705 miliardi e dalla Sardegna con -5.262 miliardi. Per non lasciare dubbi, la Sicilia, che si appresta ad andare al voto, ha speso più di dieci miliardi di risorse che sulla base delle tasse versate dai cittadini isolani non gli competevano. Il caso della Sicilia è emblematico poiché è una delle cinque regioni che per qualche motivo non ancora comprensibile gode di autonomia speciale. Un’autonomia che a conti fatti si manifesta in maggiori contributi elargiti dallo Stato e nella possibilità di legiferare su molte tematiche in maniera diversa che nel resto del Paese. La Sicilia pretende, alza la voce, tenta di indossare i panni dell’innocente quando invece quasi tutti hanno lucrato su una obsoleta autonomia che concede alla regione sicula una quantità di risorse che, una volta passato lo stretto di Messina, si trasformano in una montagna di costi gonfiati e in una quantità di posti di lavoro che sono serviti solo ai politici per comprarsi pacchetti di voti. Accuse avvalorate da fatti, non da opinioni. Come mai i costi orari dei canadair e degli elicotteri in Sicilia è di 15.000 euro i primi e di 5.000 euro i secondi, per un totale di spesa annua che si aggira attorno ai 13 milioni di euro? Come mai il corpo forestale siciliano conta ben 23.000 addetti? Nel 2016 la Regione ha speso l’inimmaginabile cifra di 600 milioni di euro per gli stipendi del personale, ben sei volte superiore a quella della Lombardia. Lo scorso febbraio l’amministratore unico di Riscossione Sicilia, Antonio Fiumefreddo, davanti alla Commissione Antimafia presieduta da Rosy Bindi affermò che tutti gli appalti in Sicilia sono irregolari e che negli ultimi 10 anni nell’isola non sono stati riscossi 52 miliardi di euro, e che persino i deputati regionali sono debitori per svariati milioni di euro. Alla luce di questi dati, è evidente che la questione dell’autonomia fiscale delle regioni non è un problema che riguarda solo alcune regione del Nord, quanto è, invece, un traguardo da raggiungere per garantire l’unità nazionale in maniera trasparente e prefigurare un benessere diffuso su tutto il territorio nazionale. Il sistema che vede in capo allo Stato centrale tutti i problemi delle regioni ha soltanto deresponsabilizzato la classe politica ed i cittadini, che hanno finora accettato il malaffare e la criminalità in cambio di raccomandazioni, favoritismi, pensioni non dovute. I fatti dicono che nelle regioni meno sviluppate è presente maggiore criminalità, che l’incidenza totale delle pensioni d’invalidità nel Mezzogiorno è circa il doppio di quella rilevata nelle regioni del Nord, ossia l’8,3% contro 3,8% per le pensioni di invalidità ordinaria e 20,3% contro 10,7% per quelle di invalidità civile. Autonomia fiscale è uguale a trasparenza e, soprattutto, a responsabilità. Qualcosa mi fa supporre che dopo i primi cinque anni di autonomia, quei cittadini che si presentano puntualmente ai politici con il curriculum in mano, pensando di essere più furbi degli altri, una volta rimasti senza soldi e senza servizi sceglierebbero con maggior senno la classe politica che li governerà in futuro. Vale per la Sicilia come per qualsiasi altra regione che abbia abdicato ad un percorso di sviluppo legale. E’ tempo di smetterla con i soliti e snervanti piagnistei. Non solo le regioni più svantaggiate ma l’Italia nella sua interezza ha bisogno che siano i cittadini a ritrovare un senso civico che oggi è in molte zone assente. Per troppo tempo si è scaricato sulle generazioni future le furberie di chi pensa che farla franca significhi posticipare gli effetti negativi delle proprie azioni in una linea temporale che non può più nuocergli, così come i problemi odierni non possono essere ancora addebitati ai Borboni. Questo è un attentato alla Repubblica, un torto spregevole nei confronti dei giovani. La classe politica sarà responsabile nella misura in cui i cittadini sapranno assolvere alla loro funzione di garanti della Costituzione. Il principio da rispettare non è unicamente di spendere solo per quanto si dispone, ma anche di spendere secondo determinate priorità. Ce lo insegnavano fin da piccoli: i nostri genitori ci davano una paghetta mensile che dovevamo farci bastare, e se non eravamo accorti rimanevamo senza soldi fino al mese successivo, imparando così ad essere coscienziosi. Di contro, un genitore che continua a mettersi sempre le mani in tasca a ogni bisogno del figlio farà crescere un poco di buono. La questione del Mezzogiorno non è interesse esclusivo dei cittadini di quelle regioni, è anche una zavorra per le regioni che riescono a produrre ricchezza. E’ interesse di tutti gli italiani superare questa situazione di stallo, tuttavia sono i cittadini che vivono nel Sud a decidere da chi essere governati, e in questo momento stanno tenendo in ostaggio tutto il Paese.

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