RILANCIARE IL PAESE … ANCHE IN EUROPA!

di Davide Pezza – Molti sono i punti da dove poter ripartire o intervenire, per evitare spese inutili, che non hanno mai portato alla sicurezza e alla crescita la nostra bella Italia. Dal dopoguerra spendiamo 5 miliardi di euro all’anno solo per risarcire e riparare i danni dei disastri naturali (alluvioni, frane, terremoti, incendi) e siamo il Paese con più rischi e meno prevenzione del mondo. Il dissesto idrogeologico interessa 6.633 comuni, l’82% del totale, con aree edificate che rischiano di smottare o finire sott’acqua, e negli ultimi tre anni sono triplicati gli eventi estremi e i disastri, in assenza di politiche per la sicurezza che non riescono aa andare oltre gli annunci. Eppure si può invertire la rotta. Lanciando la Blue Economy per difenderci dagli effetti dei cambiamenti climatici e prevenire il dissesto, mettendo al sicuro ambiente e ciclo dell’acqua. Altro punto che ha sempre provocato discussioni e forti divisioni è il problema dell’economia sommersa che non produce tasse e contributi per i lavoratori tenuti, il più delle volte, non in regola. Basterebbe un sistema fiscale più semplice, incentivante per far rientrare miliardi di euro di evasione. Il tema della contraffazione in diversi settori produttivi è un’altra nota dolente che un serio coordinamento tra ministeri competenti, forze dell’ordine e associazioni di categoria potrebbe limitare.la-difesa-del-made-in-italy-parte-dalle-scelte-degli-imprenditori-720x405
Un’altra questione che ha mortificato e mortifica, tutt’ora, il nostro “sistema paese” è il continuo trasferimento di nostre aziende oltre confine dove trasferire la produzione e la propria sede è più conveniente in presenza di un sistema fiscale più vantaggioso. Il caso più emblematico è quello della FIAT che dopo innumerevoli incentivi fiscali, rottamazioni e fondi salva stabilimenti ha abbandonato il nostro paese pur continuando a sfruttare l’italianità di un marchio ancora prestigioso sul mercato internazionale. Lo Stato non dovrebbe consentire a chi ha fatto le sue fortune imprenditoriali sulla scia di miliardi di contributi statali di lasciare il nostro paese per trasferirsi in un posto dove si pagano meno tasse. Ma in Europa non dovevamo essere tutti uguali con gli stessi diritti? Una uguale politica fiscale non dovrebbe propagarsi in tutti gli stati dell’unione? Una vera politica europea non può ridursi solo alle quote in agricoltura, alle regole per imporci di fare il vino in polvere o il formaggio con latte liofilizzato. In questo modo le nostre aziende chiudono. Eravamo la quinta potenza economica mondiale oltre che nazione fondatrice dell’unione europea, e per entrarci abbiamo rinunciato a molto , fatto sacrifici che hanno rischiato e rischiano di farci perdere anche la dignità.
Non abbiamo bisogno di un’Europa concepita in questa maniera.
Unione vuol dire rinunciare a parte della propria sovranità per guadagnarne in termini di opportunità non pregiudicando la propria dignità. In questi termini il concetto di unione viene troppo spesso dimenticato.
Per essere più forti in Europa e nel mondo dobbiamo puntare sulle specificità del nostro Paese.
Il Made In Italy è una delle grandi visioni più condivise del nostro Paese. E’ uno stile di vita che non riguarda affatto coloro che appartengono al mondo del lusso. Esso passa piuttosto da un buon piatto di pasta mangiato ad Amalfi, da una bella ceramica comprata a Vietri e da tante altri oggetti di consumo presenti e reperibili in tutto il mondo. Ed è proprio sul sistema del Made In Italy nel suo complesso che il nostro Paese deve puntare. Solo così in un contesto estremamente competitivo l’Italia potrà risultare vincente: anche perché per fortuna Pompei, Capri, Firenze, Roma e Milano non si possono né spostare né esportare, abbiamo dunque una possibilità di essere leader nel mondo almeno in qualcosa. Questa leadership non riguarda infatti le imprese, che possono essere comprate e distrutte, bensì un intero territorio e una cultura.
La qualità italiana riguarda non gli “oggetti esclusivi” ma i prodotti che qualitativamente rientrano nella nostra vita quotidiana, dalle piccole alle grandi cose. Questa operazione fa comodo al nostro sistema paese sotto l’aspetto industriale competitivo a livello internazionale, perché l’Italia non diventerà mai fortissima con le grandi imprese.
La realizzazione di questo sogno prevede una classe dirigente all’altezza di questo cambiamento, e la preparazione alla programmazione e all’innovazione. Purtroppo in questa fase tutti noi chiediamo un rinnovamento delle forze politiche, ma questo rinnovamento stenta ad arrivare, e perciò gli elettori stanno premiando un movimento strano, il cui successo è indubbiamente legato al fatto che si pone come anti-sistema, con tutti volti nuovi fra le sue fila, Questo però non basta. Il vero rinnovamento deve si passare per un ineluttabile e serio ricambio generazionale, ma accompagnato a delle proposte forti, come le idee elencate nel passaggio precedente.
Quella che ci attende è una grande sfida, la vera sfida sarà della politica (quella con la “P” maiuscola).
La base per un serio rilancio dovrà partire dal risolvere il grave problema burocratico.
Tutto sarà rinviato alle prossime elezioni politiche. Dove il prossimo premier dovrà cambiare rotta. E credo che ormai il Paese è per una candidatura in rosa. questo perché, quando gli uomini creano disordine, arrivano le donne a rimettere a posto le cose”. Sono le donne, con la loro concretezza, il loro pragmatismo, la loro pulizia morale, il loro senso della maternità, la loro onestà di fondo, a dimostrarsi migliori degli uomini. Sarebbe una sorta di riscatto per quest’Italia nell’angolo grottesco di un “machismo” imbelle, che ci rende zimbelli agli occhi dell’Europa e del mondo. Una donna a Palazzo Chigi. Vedremo

 

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