IL REDDITO DI ESCLUSIONE SOCIALE

di Antonio Mazzocchi – Per la prima volta nel nostro ordinamento è stata approvata dal Parlamento una legge per il contrasto alla povertà. Di per sé è un fatto positivo, se non altro perché la politica ha finalmente riconosciuto dignità a quasi cinque milioni di persone che vivono in stato d’indigenza.

Antonio Mazzocchi

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A questi vanno aggiunti tutti coloro che lottano ogni giorno per non diventarne vittime, per rimanere nella soglia della sopravvivenza. Eppure, nonostante tutto, non possiamo dirci soddisfatti di questo risultato, poiché andrà inevitabilmente a creare inutili aspettative e nuovi malumori nel tessuto sociale. Per scrivere una legge contro la povertà bisogna prima conoscere il fenomeno nella sua interezza. E prima di promettere ciò che non è certo sia possibile realizzare, bisogna andare a verificare se esistono le risorse economiche per attuarla. Per ultimo, è necessario avere ben chiare le idee su quali debbano essere i soggetti che potranno usufruire del contributo e con quali requisiti. In mancanza di questi presupposti si possono solo approvare delle “leggi manifesto” da mostrare come trofei durante le campagne elettorali. Cominciamo col dire che quella appena approvata è una legge delega, che rimanda a decreti attuativi del Governo (che dovrebbero essere approvati entro giugno) il compito di stabilire i beneficiari ed i requisiti. L’aspetto peggiore riguarda, invece, le risorse messe a disposizione, che sono molto inferiori a quelle che servirebbero per poter dare un minimo sostentamento a tutti coloro che vivono in stato di indigenza. Mi chiedo, quindi, a cosa è servito approvare una legge del genere che abbisognava di uno stanziamento di 5,6 miliardi quando le risorse economiche disponibili possono coprire solamente circa il 30% degli aventi diritto. In questo modo il rischio è quello di innescare una guerra tra poveri, e non mi riferisco soltanto agli indigenti. Il Governo, infatti, ha dimenticato di dire che per trovare degli stanziamenti che tenessero in piedi questo progetto di legge si è dovuto attingere dai Fondi già esistenti. Mi spiego meglio. Gli Enti locali attualmente riescono a finanziare i servizi sociali per mezzo del Fondo per le non autosufficienze e del Fondo per le politiche sociali. Gli asili nido, i servizi per i disabili, l’assistenza domiciliare e i servizi per gli anziani, le misure per il sostegno al reddito, sono solo parte dei servizi erogati mediante questi Fondi. La legge sulla povertà per incrementare lo stanziamento per il 2017 ha previsto il riordino dei trattamenti esistenti, che include anche un taglio consistente ai Fondi sopra citati. Questo significa che non solo a beneficiare degli effetti della legge sarà solo il 30% degli aventi diritto e che non conosciamo nemmeno quali categorie avranno la priorità, ma i servizi locali esistenti saranno ridotti a causa della riduzione dei Fondi e il riordino delle prestazioni che, di conseguenza, saranno a rischio. I problemi a cui ci esponiamo con l’attuazione di questa legge, rischiano di essere peggiori di quelli che avevamo prima della sua entrata in vigore. A farne le spese, come sempre, saranno coloro che non hanno adeguate risorse per vivere una vita dignitosa. Il Governo ha fatto sapere che i primi della lista per avere il contributo economico saranno le famiglie con figli minori e disabili, e ove vi saranno risorse disponibili sarà data priorità ai disoccupati con più di 55 anni. Appare evidente che se si vanno a toccare i servizi sociali nel loro complesso non si possono in sostituzione prevedere contributi soltanto per una piccola fetta dei cittadini che ne avrebbero bisogno. Un po’ quello che è successo con gli 80 euro: pagati indistintamente dalle tasse versate da tutti i cittadini a beneficio di una piccola fascia di reddito. Il rischio è quello del caos completo. Oltre a questi aspetti critici, è necessaria una riflessione più ampia sulle misure economiche di contrasto alla povertà. La possibilità che diventi una mera forma di assistenzialismo, infatti, è abbastanza reale. Il contributo economico dovrebbe andare di pari passo con forme di inclusione lavorativa e formativa, diversamente si finirà per mantenere milioni di cittadini sine die senza dar loro la possibilità di reintegrarsi nella società. Uno Stato civile non dovrebbe mai rassegnarsi a fare l’elemosina quando il mantenimento dell’integrità del Paese impone che la società civile non si identifichi in caste sociali dalle quali è impossibile sfuggire, specialmente per quelle povere. L’inclusione sociale deve dare la possibilità ad ogni cittadino di elevare la propria posizione sociale dando, ove occorra, un sostegno di natura economica e sociale per aiutarlo nella sua personale lotta alla emancipazione. Ciò è indispensabile per garantire dignità ad ogni individuo e ogni famiglia, tenendo ben presente che la povertà ha ripercussioni anche di carattere sociale. C’è una povertà economica, ma c’è anche la povertà che porta all’annichilimento sociale, ossia l’incapacità di vivere in comunità, che si manifesta con atteggiamenti antisociali, violenti, di prevaricazione. Le baby gang di cui sentiamo tanto parlare dai media sono la rappresentazione di uno Stato che ha smesso di pensare al cittadino come essere umano che necessita di relazioni umane sane, di valori etici a cui aggrappare le proprie speranze. I più giovani, purtroppo, sono coloro che maggiormente patiscono le conseguenze di un Paese che considera un cittadino in base alla sua capacità contributiva anziché sulle sue legittime aspirazioni di vita. La povertà non si debella soltanto con una legge, ma cambiando paradigma. Un contributo economico può aiutare ma non risolve i problemi di coloro che non riescono a rientrare nel mondo del lavoro. Specialmente per il Sud il reddito d’inclusione rischia di essere un altro metodo di assistenzialismo per nascondere la mancanza di un progetto economico per la crescita del Paese. Come dice un famoso detto: “Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno, insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita”.

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