IL PAESE DELLE ZUCCHE

di Cristina Del Tutto – Andare in vacanza qualche volta può essere controproducente, quantomeno per un italiano che decide di trascorrere qualche settimana all’estero. Per qualche settimana ci lasciamo alle spalle vicende politiche, sociali ed economiche che ci hanno occupato e preoccupato per un anno intero, nella convinzione che “cambiare aria” possa ripulire la mente e smacchiare le ombre che si sono accumulate.

Cristina Del Tutto

Cristina Del Tutto

Un ineccepibile proposito che si scontra con una realtà fin troppo ingombrante. Quando si assapora l’idea di poter vivere in condizioni diverse, quando si comprende che è possibile vivere in una maniera differente, tornare indietro diventa una scomoda realtà se la nostra mente comincia a porsi troppi “perché”. Perché i nostri Governi hanno permesso negli anni, e in maniera sempre crescente, a migliaia di immigrati di occupare il nostro Paese? Perché certa politica non vuole comprendere che una persona che vorrebbe vedersi riconosciuto lo status di rifugiato solo perché è arrivato in Italia a bordo di un barcone, non è per logica conseguenza una brava persona? Perché non si accorgono che è in atto uno scontro sociale e culturale che rischia di vedere il popolo italiano schieramento perdente? Qual è la visione del futuro di questa classe politica? O forse la loro concezione di futuro non va oltre la propria carriera politica? Vi racconto una storia. Fino a pochi giorni fa ero a pochi chilometri dal Brennero, in territorio austriaco, in un luogo che si chiama Valle dello Stubai, famosa per le sue sette vette e meta ogni anno dei turisti estimatori della montagna. Nelle settimane che ho trascorso in questa Valle sono rimasta incuriosita dalla presenza di decine di carretti colmi di zucche e lasciati incustoditi. La prima volta che mi ci sono imbattuta mi ero chiesta come mai il padrone lo aveva lasciato incustodito in un parcheggio. Non capivo perché fosse lì, quasi abbandonato al proprio destino. C’erano due tipi di zucche con prezzi differenti e accanto una cassetta d’acciaio con scritto “Kasse”. Nonostante gli evidenti indizi, i miei dubbi sull’origine di quei carretti rimasero quasi immutati. Da buona italiana non potevo accettare l’idea che il carretto incustodito serviva a vendere zucche in assenza del legittimo proprietario. Poi ci fu la rivelazione. Vidi una coppia di persone avvicinarsi al carretto, scegliere una zucca e inserire il denaro corrispondente al prezzo della stessa nella cassetta di ferro. Non ancora del tutto persuasa, chiesi informazioni sul funzionamento del carretto e la gente del posto mi rispose quello che già sapevo. Proviamo ad immaginare un carretto del genere sostare in una delle nostre città, lasciando all’onestà delle persone la facoltà di inserire o meno la moneta nella cassa, solo per dovere e senso civico. Perché così dovrebbe essere il normale ordine delle cose. In Italia, però, in quindici minuti sparirebbero le zucche con tutto il carretto. Questa vicenda, tuttavia, mi ha dato una parvenza di speranza, nel senso che è possibile ambire a vivere in una società ad “onestà diffusa”, almeno oltre i confini di questo Paese. Poi accendo il computer per sapere cosa stia succedendo in Italia, quanto meno per non avere un rientro eccessivamente traumatico, e scopro che le prime pagine dei giornali sono occupate da due fatti di cronaca: lo stupro di Rimini e l’assedio a Piazza Indipendenza da parte dei migranti che sono stati fatti sgomberare dagli edifici da loro occupati abusivamente. Poi apprendo che gli autori dello stupro di Rimini sono tre minorenni di origini marocchine e un ventenne nigeriano che era in Italia come rifugiato a spese dello Stato. Ad aggravare questa triste storia interviene un “mediatore culturale”, che lavorava in una cooperativa di Bologna, che sente il bisogno di spiegare su facebook cos’è per lui e la sua gente uno stupro, riducendo il tutto ad una sorta di “punturina” che fa male soltanto quando entra l’ago. Poi per le donne, dice, diventa un rapporto sessuale come un altro. Fatti del genere accadono purtroppo un po’ ovunque e finché non si concretizza l’abuso è pressoché impossibile individuare gli autori del reato. Ecco perché la mia attenzione non si è soffermata sulle singole vicende ma sul modo in cui la nostra politica, con la complicità dei media, ha reagito. Il padre dei due ragazzi di origine marocchina, peraltro agli arresti domiciliari, in tutta la sua saggezza accusa le leggi dello Stato italiano che non permettono a persone straniere nate in Italia di ottenere la cittadinanza, e che quindi, a fronte di questa emarginazione sociale, hanno imboccato una cattiva strada. La questione più paradossale riguarda il post pubblicato su facebook dal sedicente mediatore culturale che, probabilmente ritenendosi di essere un “intoccabile” in virtù delle ripetute dichiarazioni di Laura Boldrini, minimizza l’effetto di uno stupro su una donna. A molti sarà venuto alla mente che visto che il simpatico mediatore conosceva bene le precise dinamiche di uno stupro, con molta probabilità doveva aver sperimentato in prima persona la reazione di una donna stuprata. Ecco perché sono rimasta stupita quando lessi sui quotidiani che “il mediatore potrebbe essere licenziato dalla cooperativa”. Potrebbe? Quest’individuo dovrebbe essere sbattuto fuori dal nostro Paese, in buona compagnia di chi, prendendosi la responsabilità di lasciare scorrazzare nelle nostre città certi individui, si renderà complice di tanti delitti futuri. “Ecco i vostri immigrati”, ci ha urlato contro il vice ministro alla giustizia polacco. “Li volete in Polonia? Solo dopo la mia morte!”. Anche l’Austria ha messo l’esercito schierato al Brennero, anche la Francia di Macron non permette ai “nostri” immigrati di entrare nel suo Paese, idem la Gran Bretagna. Anni addietro quando Silvio Berlusconi parlava della minaccia comunista mi veniva da sorridere. Invece il Cavaliere aveva ragione, i comunisti esistono e si sono presi Governo e Parlamento in maniera abusiva, esattamente come fanno i “loro immigrati” nei confronti del nostro territorio. Le immagini di Roma devastata da immigrati che pretendono per sè ciò che le Istituzioni pubbliche non concedono nemmeno agli italiani, è l’ennesima riprova dell’alterigia della maggioranza degli africani. Si, proprio loro, gli “africani”. Se può essere considerato razzismo l’idea che nel mondo esistono diverse razze, ognuna che si differenzia dalle altre per caratteristiche fisiche, genetiche, storiche e ambientali, e che la propria storia e cultura con una tale commistione possono soffrire un irrimediabile deperimento, allora mi dichiaro molto razzista. Non parlo di superiorità o inferiorità ma di diversità, che è forse la ricchezza maggiore per ogni specie vivente. Nel nostro caso il conflitto si è creato perché abbiamo dato agli immigrati il potere di comportarsi nella nostra società secondo la loro esperienza culturale. Una persona che in buona fede chiede di poter far parte di un’altra comunità implicitamente accetta la cultura che gli dà ospitalità. Gli immigrati che sbarcano sulle nostre coste l’unica cosa che vogliono da noi è un cellulare e una scheda telefonica, ma non hanno alcuna intenzione di abbracciare la nostra cultura, perché la ritengono inferiore alla loro. Uno sbaglio madornale causato in buona parte dalla stupidità della politica italiana, dall’altra dalle assurde leggi europee. Ed ho idea che il peggio debba ancora arrivare. La sinistra è riuscita a prendersela anche con un funzionario di polizia che mentre riceveva addosso sanpietrini e bombole del gas dagli immigrati asserragliati a Piazza Indipendenza a Roma, ha gridato ai suoi colleghi “spezzategli le braccia”. Si è accesa subito la polemica sul poliziotto “violento”, contro il quale è stata aperta anche un’indagine. Non credo che sia necessario scomodare Freud per capire che quelle parole erano suggerite dallo stato emotivo di quegli attimi concitati. Così mentre uno dei nostri agenti di polizia si è dovuto giustificare per aver fatto il proprio lavoro, in favore dei migranti si è levata fin anche la voce del nostro ministro dell’Interno, che pochi giorni fa ha emesso una circolare che prevede la ricognizione nazionale degli immobili per il loro riutilizzo a fini abitativi. Non solo quelli pubblici ma anche quelli privati, con il rischio che il proprietario di un immobile si trovi suo malgrado a dover affittare ai bisognosi di case, molti dei quali immigrati. Se qualcuno è intenzionato a far diventare l’Italia un avamposto africano, sta riuscendo nel suo intento, e l’approvazione della legge sullo ius soli, che la sinistra si appresta ad approvare entro ottobre, accelererà questo processo di smantellamento culturale. L’unica emergenza che vedo all’orizzonte è quella di rimpatriare in tempi brevi quanti in Italia non hanno un lavoro e una dimora stabile. Sarebbe auspicabile che il ministro Minniti facesse una ricognizione delle dimore in cui vivono le famiglie di altra cultura e vedere se il loro modo di vivere sia in sintonia con i nostri principi di vita, sempre che ancora esistano. Evitare quindi che dieci persone vivano in quaranta metri quadri, o che ci siano donne e uomini che non parlano la nostra lingua. In questo momento storico le mezze misure non sono auspicabili, gli schieramenti sono soltanto due: o si decide di stare dalla parte dell’Italia o contro di essa. Quanti hanno creato questa frattura tra gli europei e gli africani hanno colpe immense, sarebbe bastato conformarci agli altri Stati che pretendono che a casa loro si viva secondo la loro cultura. Siamo ormai guardati con diffidenza da molti Paesi con cui dovremmo collaborare, con cui condividiamo gli stessi confini, e se non fosse per la pizza e la pasta e la mozzarella è certo che molti popoli si dimenticherebbero senza rimpianti di questa Italia. Riponiamo le nostre speranze in un orgoglio patriottico che stenta a decollare ma che è sempre ed ancora possibile. Nel frattempo penso spesso a quei carrettini pieni di zucche, e vorrei tanto vederli anche nel mio Paese.

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