L’ITALIA DEI POVERI

di Cristina Del Tutto – Il Rapporto Annuale dell’Istat, presentato lo scorso mercoledì alla Camera dei deputati dal presidente dell’Istituto di statistica, Giorgio Alleva, ci offre l’ennesimo spunto di riflessione per indagare sui problemi che affliggono la maggioranza degli italiani. Ancora una volta ci viene detto che nel Paese crescono le disuguaglianze e che la piccola borghesia si appresta a scomparire dallo scenario nazionale, risucchiata all’interno di quel 28,7% della popolazione a rischio povertà. Secondo il Rapporto Istat, inoltre, sono arrivati a 6,4 milioni gli italiani che non hanno lavoro, così come il 40% delle famiglie, circa 10 milioni, risulta avere come principale percettore di reddito un disoccupato o inattivo, oppure una persona con una bassa retribuzione.

Cristina Del Tutto

Cristina Del Tutto

In questa situazione il numero degli italiani che rinunciano a visite mediche per mancanza di denaro non poteva che aumentare, passando dal 4% del 2008 al 6,5% della popolazione attuale. A quanto detto aggiungiamo che il tasso di natalità continua a diminuire, che sempre più figli rimangono a casa con i genitori anche dopo aver superato i trent’anni, che il tempo libero è diventato un bene prezioso che in pochi riescono a conquistare, e avremo una panoramica generale della condizione che stiamo vivendo. Siamo di fronte ad uno scenario sociale tanto allarmante quanto sconfortante, che solo in parte è da imputare alla crisi dei mutui subprime iniziata nel 2008. Sotto la lente d’ingrandimento, infatti, troviamo il sistema della società industrializzate di tipo consumistico, per il quale le persone nascono e muoiono in formato usa e getta. Il problema principale è che nel grande calderone dei cittadini che costituiscono la classe medio bassa della società manca quella necessaria “zona di sicurezza”, che dovrebbe proteggere le persone dal cadere con facilità entro la soglia della povertà. I confini tra sopravvivenza e indigenza sono estremamente instabili, e ciò significa che è sufficiente un leggero scossone per scaraventare le nostre condizioni di vita nella fascia della non autosufficienza. Un sistema di vita sottoposto a ferree regole di precarietà che stanno mutando non solo le nostre esistente ma, su larga scala, i valori etici e morali della società. E’ quindi plausibile che certa politica, non necessariamente quella nazionale, si sia posta degli obiettivi a lungo termine per cambiare “funzione” geopolitica al nostro Paese in maniera inversamente proporzionale al benessere della collettività. E in questo contesto la questione del lavoro diventa primaria, giacché le difficoltà nella ricerca di un posto di lavoro, così come la questione che attiene alla retribuzione, fungono da parametri per entrare e uscire dalla classifica della piccola borghesia ed essere declassati in quella dei poveri. In questo senso il mondo del lavoro rappresenta in Italia la forma di schiavitù più utilizzata per mantenere la popolazione in uno stato di soggiogazione materiale e psicologica. Da questo punto in poi possiamo lasciare andare qualsiasi argomentazione logica, perché quello che sta accadendo alle nostre vite è al limite del paradosso. Prendiamo ad esempio la situazione lavorativa nel nostro Paese. Esistono due tipologie di lavoratori: quella di serie A costituita dai dipendenti della pubblica amministrazione, e quella di serie B che rappresenta il comparto dei privati. Se sei un dipendente dello Stato hai diritto ad uno stipendio minimo, alla tredicesima e quattordicesima, al rinnovo del contratto per ottenere l’adeguamento delle retribuzioni. E quando questo rinnovo non arriva le mobilitazioni di categoria non si fanno attendere, perché proprio lo Stato deve dare il buon esempio. Dall’altra parte della barricata, invece, ci sono tutte le altre forme contrattuali che concernono il settore privato, attraverso cui lo Stato riconosce al datore di lavoro il privilegio di assumere alle proprie dipendenze dei lavoratori con condizioni contrattuali che nessun ente della Pubblica Amministrazione potrebbe mai proporre a un dipendente. Non si tratta della vecchia contrapposizione tra le ragioni del datore di lavoro e quelle dei lavoratori. E’ una questione che attiene agli obiettivi verso cui uno Stato di diritto dovrebbe protendere. Il salario minimo garantito, o esiste come principio cardine del sistema lavoro per tutti i lavoratori, oppure rappresenta un’enorme ipocrisia legalizzata che miete milioni di vittime. Sarebbe da chiedere a qualche luminare della politica le ragioni per le quali un impiegato con mansioni di segreteria alle dipendenze di un ente pubblico debba percepire un salario nettamente più alto di un suo corrispettivo nel settore privato, che tra l’altro deve rispettare un monte ore superiore. Lavorare alle dipendenze dello Stato non è, e non può essere considerato, un privilegio quindi, a parità di mansioni, valgono le stesse regole contrattuali e salariali. Allo stesso modo dovremmo chiedere al suddetto luminare come possa una commessa che trascorre le sue giornate dentro un negozio che apre alle 9.30 del mattino e chiude alle 19.30 della sera, e che a mala pena riesce a guadagnare 1000 euro al mese, riuscire a vivere dignitosamente con questa capacità reddituale. Ciò che emerge chiaramente da questa breve disamina, è che in Italia da una parte lavorare in regola per almeno otto ore al giorno non garantisce una vita dignitosa, dall’altra che la sparizione del ceto medio non è riconducibile soltanto alla crisi economica ma a condizioni di lavoro che non sono proporzionate al costo della vita. O riusciamo, per meriti o per fortuna, ad entrare nella ristretta cerchia della classe dirigente del Paese, circa il 7,5% della popolazione secondo l’Istat, oppure siamo destinati ad arrabattarci con impieghi che da soli non consentono una vita in piena autonomia. Va da sé che in questa situazione un uomo o una donna non lasciano la casa dei genitori perchè non riuscirebbero a pagare l’affitto di una loro ipotetica abitazione, e che una coppia non mette al mondo più di un figlio perché non ha abbastanza soldi per far crescere senza eccessive preoccupazioni una famiglia più numerosa. Un’altra vittima di questo sistema è il nostro patrimonio culturale. Con minori disponibilità economiche la prima voce ad essere depennata all’interno delle nostre priorità è quella della cultura. I prezzi dei biglietti per la musica classica, l’opera, il teatro, sono inaccessibili a molte famiglie, e comunque costituirebbero un’eccezione, non la regola. Ed a lungo andare queste rinunce provocano degli squilibri strutturali all’interno del patrimonio di conoscenze collettivo della nostra Nazione. Ed è sempre l’Istat a fornirci dati quasi imbarazzanti, ossia che tre italiani su quattro sono “analfabeti strumentali”, cioè non riescono a comprendere ciò che ascoltano o leggono, ma anche che nel 2016 il 18,6 per cento degli italiani – cioè quasi uno su 5 –non ha mai aperto un libro o un giornale, non è mai andato al cinema, a teatro, ad un concerto, neppure allo stadio o a ballare, di contro ha vissuto prevalentemente di televisione come strumento fondamentale informativo e di svago. A questo punto siamo arrivati al nocciolo della questione. Forse qualcuno di voi ricorderà una famosa affermazione di Bill Gates che dice: “Se sei nato povero non è colpa tua, se muori povero si”. Ed ecco svelato un altro arcano. Quando si parla di povertà, infatti, inevitabilmente si finisce per parlare di colpa. E’ la società moderna globale che insinua nei nostri pensieri più reconditi l’idea secondo la quale se non riusciamo a crearci un’esistenza dignitosa la colpa non può che ricadere sulla nostra personale inettitudine, che non ci permette di trovare un posto dignitoso nel mondo. E in effetti le persone che soffrono di una privazione economica, anche lieve, tendono a nascondersi, a non far conoscere al mondo esterno la propria situazione, come se essere licenziati o aver avuto una riduzione dello stipendio equivalesse a mostrare una sorta di sconfitta. La convenienza del sistema politico e finanziario a mantenere in piedi questa grande bugia sta nel fatto che se proviamo vergogna per la nostra condizione di vita, e quindi avvertire un senso di colpa, è probabile che riverseremo la nostra insoddisfazione contro noi stessi, contro la mala sorte, ma non contro il sistema. E la crisi economica ha aiutato lo sviluppo di questo pensiero, poiché quando troviamo un’occupazione magari mal pagata e con condizioni di lavoro inaudite, perdiamo il diritto di lamentarci perché continuano a ripeterci “Beato te che un lavoro lo hai trovato!”. Ma questa è una lotta tra poveri, una sfida a chi sta peggio. E’ il senso di colpa a consigliarci di non ribellarci al sistema. Del resto fino a quando la colpa delle nostre sventure ricadrà su noi stessi, ci trascineremo nel cammino della nostra vita con un senso di fallimento perenne. Solo nel momento in cui ci convinceremo a ribaltare questo paradigma riusciremo a sgomitare, a farci strada fino a quando ci troveremo faccia a faccia con il nostro carnefice. E in quel momento il rispetto della nostra dignità, non sarà più una pretesa ma la rivendicazione di un diritto. Nessun dipendente vive per lavorare, ma lavora per vivere, per portare a casa uno stipendio che serve a vivere. Per questo il lavoro non può essere un gioco al ribasso, poiché non è accettabile che il Governo scarichi sullo stipendio di dipendenti l’onere di quegli aiuti che il sistema delle piccole e medie imprese attende da anni per non collassare. La nuova economia dovrà far rientrare il welfare dei dipendenti all’interno di un sano sviluppo della crescita economica, nella quale un lavoratore non è il numero di una busta paga o di una partita Iva. Robert Kennedy negli Anni Sessanta ebbe il coraggio di dire che il Pil misura un’economia ma non è in grado di quantificare benessere e felicità di un popolo. Adesso abbiamo bisogno dello stesso coraggio contro chi afferma che la felicità non esiste.

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