LA GUERRA AI VITALIZI

di Cristina Del Tutto – Alla fine il populismo di stampo parlamentare è riuscito a portarsi a casa, a ridosso delle ferie di agosto, un obiettivo che rincorreva da tempo. La Camera dei deputati, com’è noto, ha approvato la proposta di legge presentata dall’on. Matteo Richetti, renziano della prima ora, che prevede tagli ai vitalizi di ben 2600 ex parlamentari. L’assunto secondo cui lo Stato spreca milioni di euro all’anno per elargire indebiti privilegi agli ex onorevoli è stato vincente e, se il provvedimento dovesse passare anche al Senato, si dovrà procedere al ricalcolo dei vitalizi applicando il calcolo contributivo, che per i deputati e senatori è in vigore solo dal 1996.

Cristina Del Tutto

Cristina Del Tutto

A rivendicare la paternità di questa norma c’è il Partito Democratico che si fregia di aver trainato tutto l’iter legislativo fino alla sua approvazione, ma ci sono anche i grillini che rivendicano di essere stati i primi ad aver sollevato il problema. Ciò che è certo è che l’opinione pubblica dopo questo voto si sente già appagata, e può andare in vacanza con la certezza che i privilegi accordati agli ex rappresentanti dello Stato avranno vita breve. Secondo i calcoli, gli attuali 240 milioni annui per sostenere il sistema dei vitalizi si ridurrebbero con la riforma di circa 80 milioni. Dunque, un atto dovuto da parte dei deputati che l’hanno sostenuta, nei confronti di un elettorato che considera il vitalizio un torto ai danni delle persone per bene. Nessuna caccia alle streghe quindi, ma la volontà di ripristinare la legalità secondo il principio per cui “tanto versi, tanto ricevi”. In effetti fino al 1996 ai parlamentari non si applicava il sistema contributivo, per cui oggi molti di loro percepiscono un vitalizio alto nonostante abbiano versato pochi contributi. Senza dimenticare che nel corso degli anni ci sono stati casi di parlamentari che hanno maturato il vitalizio anche con una permanenza in Parlamento limitata a pochi giorni. Ragioni queste che hanno portato alla riforma del 2012, in base alla quale il vitalizio è diventato sostanzialmente una prestazione di natura previdenziale commisurata ai versamenti effettuati. E’ indubbio che diverse storture ci siano state, ma questa nuova legge stravolge il senso stesso del sistema dei vitalizi, non tenendo conto delle ragioni per cui furono creati nel 1954. All’epoca si riteneva che fosse lesivo del prestigio delle Istituzioni il fatto che un rappresentante del Parlamento si dovesse trovare a vivere di pochi espedienti. Il vitalizio, quindi, era concepito come una rendita a vita variabile a seconda degli anni che si erano trascorsi tra gli scanni parlamentari. Il fatto poi che venisse concesso a prescindere dall’età pensionabile rispondeva proprio all’esigenza di aiutare un ex parlamentare a rifarsi una vita fuori dalle Istituzioni. Con questa proposta di legge, il sentimento di mutualità insito nel sistema del vitalizio viene completamente abbandonato. Attraverso un’analisi più profonda però, ci accorgiamo che la futura “legge Richetti” non è altro che l’epilogo di una caccia alle streghe che va avanti da molti anni, e che mira ad eliminare qualsivoglia emolumento pubblico alla classe politica ed ai partiti. Nell’occhio del ciclone non sono finite le Istituzioni parlamentari ma coloro che le rappresentano, nel senso che l’animosità dei cittadini nei confronti della politica è divampata da quando i protagonisti della scena politica sono cambiati. Non più una vera classe politica selezionata dai partiti, ma un mucchio di persone che molte volte sembravano essere state catapultate in Parlamento per opera della bontà divina. E non aggiungo altro. Da Iva Zanicchi, a Mara Carfagna, a Elisabetta Gardini, a Vladimir Luxuria, ad Alessandro Cecchi Paone, a Vittorio Sgarbi, a Ombretta Colli, gli italiani si sono dovuti abituare alla trasposizione di volti noti della Tv nelle Aule parlamentari. Pertanto, le stesse persone che abitualmente presentavano programmi di mero intrattenimento televisivo di massa, il giorno dopo le elezioni hanno cominciato a parlare del bene del Paese e del futuro degli italiani. A ciò dobbiamo aggiungere le schiere di parlamentari che non vantano nessun trascorso in politica e quelli che sono passati dai banchi dell’università direttamente agli scanni del Parlamento, che si sono dovuti improvvisare deputati e senatori. Ad ogni modo, sono stati proprio i grillini a dare l’ultima spallata al ruolo del parlamentare, facendo credere agli italiani che anche una casalinga senza arte e ne parte può bramare l’ambito ruolo pubblico. Il punto è proprio questo. Nessuno si sarebbe sognato di togliere parte del vitalizio a Nilde Iotti, a Giovanni Spadolini, a Enrico Berlinguer o a Giorgio Almirante. Erano figure politiche rispettate, a cui si riconosceva un ruolo importante nell’ambito del sistema democratico del Paese e di cui, al di là delle diverse ideologie, si aveva stima. Quando anche i loro delfini hanno smesso di calcare la scena politica, l’italiano medio ha cominciato a disprezzare la classe politica in quanto tale, e a non sentirla come un punto di riferimento. Arrivati a questo punto, non è più l’idea di poter togliere i privilegi ai parlamentare ad essere gratificante, quanto quella di aver punito la classe politica. Gli “intoccabili” sono stati costretti a lasciare la loro gabbia dorata, proprio da coloro che li hanno sostituiti. L’affermazione di un personaggio politico come Luigi Di Maio, che dopo l’approvazione della proposta di legge alla Camera ha chiosato: “In Senato non vi daremo tregua”, riflette appieno il clima con cui si è affrontata la discussione sui vitalizi. Talmente tanta è stata la foga di fare un dispetto a quei politici che si sono arricchiti con i soldi degli italiani che in tanti sono stati a non aver valutato l’aspetto giuridico più importante: la retroattività della norma. La regola generale vigente nel nostro ordinamento afferma che le norme giuridiche non hanno effetto retroattivo, ma possono regolare solo casi sorti successivamente alla loro entrata in vigore. Questo principio si applica indistintamente a tutti i cittadini, pertanto è inimmaginabile prevedere delle eccezioni rivolte, almeno in questo caso, solo alla categoria dei politici. Dobbiamo anche tener conto che ci stiamo riferendo a persone che, nel bene e nel male, hanno maturato un diritto nei confronti dello Stato, e sulla base di esso hanno basato tutta la loro vita e le loro aspettative. Togliere il 40 per cento di quanto attualmente percepito è una gravissima violazione dei diritti acquisiti, che somiglia tanto ad una resa dei conti più che ad un atto di giustizia. Si tratta di un precedente giuridico molto pericoloso che, se applicato, non farà sentire più nessuno al sicuro. Sarà difficile farsi dei programmi di vita senza avvertire il timore della precarietà, dal momento che lo status quo potrebbe variare a seconda della classe dirigente che sarà al potere. E non c’è peggior nemico per uno Stato di una politica che cambia opinioni come cambia il vento, nella quale i diritti sono soggetti ad un effetto a fisarmonica, nel senso che si ampliano e riducono in maniera diversa ad ogni tornata elettorale. In questo senso l’Italia si sta giocando la credibilità non solo sul fronte nazionale. Il mancato rispetto degli accordi europei e l’ostinazione a rivedere gli impegni presi da parte di Matteo Renzi, costituiscono una violazione delle regole basilari del diritto internazionale. In altre parole stiamo diventando un Paese inaffidabile per i partner europei e stranieri, dal momento che gli impegni assunti a livello internazionale quanto le riforme strutturali del Paese, cambiano sulla base delle convenienze del Premier di turno. Adesso anche i diritti acquisiti sono minacciati da questa ventata di populismo carico di risentimento, che non dà modo di ragionare secondo buon senso. Se applichiamo il principio di retroattività alla classe politica, non ci sarà più certezza del diritto. E qualcuno, in un futuro non molto lontano, potrebbe chiedere a 20 milioni di italiani che percepiscono una pensione secondo i calcoli del retributivo, di rifare i calcoli. In questo senso, la questione dei vitalizi potrebbe essere uno specchietto per le allodole, al fine di poter mettere mano sul sistema pensionistico italiano ormai al collasso. Non a caso è stato proprio il presidente dell’Inps proprio nell’ambio di un’audizione alla Camera sui vitalizi, ad aver affermato che i giovani sono troppo penalizzati perché stanno pagando il debito delle generazioni precedenti che, come molti politici, percepiscono una pensione superiore ai versamenti effettuati. La nuova caccia alle streghe è ormai alle porte.

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