GRILLO: I (DE)MERITI DI UNA VITTORIA ANNUNCIATA

di Gennaro Malgieri –  Il Movimento Cinque Stelle vincerà le prossime elezioni, con ogni probabilità secondo tutti i sondaggi. Non fatichiamo a crederlo. Non certo per suoi meriti, comunque, ma per demeriti altrui. Il programma che dovrebbe convincere gli elettori sembra scritto sulla carta velina, tanto è inconsistente.

Gennaro Malgieri

Gennaro Malgieri

Le prove che che i suoi amministratori stanno dando è deprimente. Il lessico, gli atteggiamenti e le contraddizioni di dirigenti e parlamentari pentastellati sono imbarazzanti. Eppure la maggioranza (non assoluta, si spera) degli elettori ha fiducia in Beppe Grillo e nella sua compagnia di giro al punto di esserne attratta politicamente e scommettere sul Movimento del quale si è capito ben poco e quel poco non è davvero rassicurante soprattutto in politica internazionale e in politica economica.
La mitica “gente”, insomma, che nel passato ha votato tanto per la destra quanto per la sinistra, è soggiogata da una nuova egemonia culturale incarnata dal grillismo il cui fondamento è l’avversione radicale alla ragionevolezza ed il rifiuto di fronte alla complessità dei problemi di accettare il precario equilibrio che la situazione generale ha determinato. La rabbia, il risentimento, il rancore, l’invidia sociale sono elementi sui quali i movimenti catastrofisti puntano per convogliare il malcontento in forme politiche assertive e demagogiche. Il risultato è quasi sempre la costruzione di una forza elettorale numerica imponente, ma non un’alternativa di governo efficace.
Naturalmente non si può imputare al Movimento Cinque Stelle l’impasse che si è determinato e che sarà ancora più evidente quando dalle urne verrà fuori un responso che sancirà l’ingovernabilità. Il capo dello Stato, nell’ipotesi che il M5S diventi il primo partito, esplorate tutte le possibilità, è tenuto a conferire l’incarico di formare il governo non obbligatoriamente a chi ha ottenuto la maggioranza dei suffragi, ma a chi sarà capace di mettere insieme una coalizione che riesca ad avere la fiducia del Parlamento. Questo secondo il dettato costituzionale.
Il che vuol dire che si creeranno “due Italie”, con il presumibile nuovo sistema elettorale sostanzialmente proporzionale (a meno che i grillini non ottengano più del 40% dei voti, e comunque al Senato sarebbe quasi certamente un’altra musica rispetto alla Camera): quella che vuole un cambiamento radicale ancorché confuso negli esiti e quella che desidera la stabilità a tutti i costi a prezzo di contraddizioni che mineranno la stabilità stessa poiché è inimmaginabile un governo di legislatura di centrodestra-centrosinistra. Vale a dire una compagine in funzione puramente anti-grillina a difesa del sistema. Di un sistema – va sottolineato – che tuttavia non sta bene a nessuno.
E poi come si potrebbe, realisticamente, di fronte a questioni epocali – dalla disunione dell’Europa alla possibile disfatta dell’eurozona, dalla sfida del terrorismo islamista alla gigantesca affluenza di migranti, dalla terrificante prospettiva del declino demografico europeo alla dilatazione delle aree di povertà in tutto il Continente – asserragliarsi contro un “nemico” interno evitando di sviluppare politiche coerenti che tali non potrebbero essere se di desse vita ad esecutivi eterogenei ed abborracciati?
Davanti a questo interrogativo stanno due debolezze – il centrosinistra ed il centrodestra – ed una forza (destinata a crescere in un anno a meno di capovolgimenti impossibili da immaginare), il M5S che non starà con le mani in mano, ma cercherà di sputtanare ancor più di quanto abbia fatto finora la classe politica su temi che, per come vengono presentati, la delegittimano con facilità: dai presunti privilegi della casta ai vitalizi (la madre di tutte le battaglie, sembra).
L’egemonia dell’ “inimicizia radicale” è destinata a condizionare il centrodestra ed il centrosinistra che hanno dato prova di incapacità progettuale degna di dilettanti della politica. Sarà ben difficile che riusciranno, nelle condizioni di disfacimento nelle quali versano, a ricomporre fratture antiche e nuove e dare consistenza ad un rinnovamento capace di indurre i rispettivi elettori a tornare all’ovile.
Grillo e la sua variopinta compagnia devono soltanto ringraziare chi ha lavorato per loro. Senza un’idea di nazione, di società, di Stato le frattaglie che formarono velleitari eserciti alla conquista del potere ripiegano su querelles di poco conto a fronte delle grandi questioni del nostro tempo, rinserrate nei loro cortili dove si si fanno la guerra da mattina a sera. Loro – centrodestra e centrosinistra – sono l’antipolitica e fino a quando non lo ammetteranno e si emenderanno vedranno giganteggiare sempre di più il M5S che privo di cultura politica s’è appropriato della sola ideologia “liquida” che ha diritto di cittadinanza: l’indignazione.
Riflettano su questo i Renzi e i Berlusconi, i Bersani e i Salvini, gli Speranza e i Parisi. E piuttosto che baloccarsi nelle formule, nelle primarie, nelle scissioni e nelle impossibili aggregazioni si convincano che la “gente” si conquista non sedendo in permanenza nei salotti televisivi, ma andandole incontro con un sistema assai fuori moda: la militanza popolare, la dignitosa declinazione programmatica dei principi politici, lo studio delle grandi questioni planetarie alle quali nessuno può dirsi estraneo, la ripresa di forme organizzative riconoscibili. Subire ed arroccarsi sulla difensiva è la rinuncia al primo fondamento della politica: puntare sull’egemonia sociale e culturale. Il resto è spettacolo. E Grillo, in questo campo, è insuperabile tanto da aver fatto del teatro politico il luogo nel quale ha convogliato il malcontento, il disincanto, la rabbia. La colpa non è sua. Come non è suo il merito di una vittoria annunciata.

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