GRANDI MANOVRE E PICCOLA POLITICA

di Gennaro Malgieri – Riuscirà ancora una volta Silvio Berlusconi a costruire un’alleanza elettorale in grado di competere con il centrosinistra e con il Movimento Cinque Stelle? L’interrogativo è più che legittimo di fronte agli smottamenti che si susseguono da giorni nella maggioranza, svuotando soprattutto il “centrino” di Alfano e compagni, e rabboccando la giara che tutti ritenevano ormai vuota del centrodestra. E’ probabile che il leader di Forza Italia, per quanto il suo partito non sia attrattivo come una volta, abbia successo  nell’arte che gli riesce meglio: assembleare ciò che non potrebbe stare insieme e far credere a tutti i postulanti che avranno ruoli decisivi dopo l’immancabile vittoria.

Gennaro Malgieri

Gennaro Malgieri


Si ferma qui la “narrazione” berlusconiana. Oltre non potrebbe proprio andare, nonostante gli interessati ce la mettano tutta per far credere il contrario, perché per far convivere in una stessa coalizione gruppi talmente eterogenei ci vorrebbe davvero un miracolo al quale Berlusconi, nonostante la sua quasi venticinquennale militanza politica (altro che professionista, un docente piuttosto…), non è ancora attrezzato. E difficilmente potrebbe esserlo non avendo nel lungo periodo che ha segnato con la sua presenza la vita pubblica italiana dato a quel centrodestra nel quale in molti si sono riconosciuti fin dal 1994 una consistenza programmatica, se non proprio “ideale” (ma di questi paroloni meglio non servirsi oggigiorno), ed una leadership che prescindesse dalla sua stessa persona, vale a dire una classe dirigente in grado di riconoscersi in una visione unitaria e coerente della politica.
E’ questa mancanza a negare la “narrazione” di cui avrebbe bisogno uno schieramento che si propone di governare il Paese. E non crediamo che l’apporto di transfughi del centrodestra che hanno sostenuto a lungo e con convinzione gli esecutivi di Letta, Renzi, Gentiloni, (ah, le aporie della politica italiana!) e non ancora accolti formalmente nella casa madre, ma costretti a depurarsi in qualche gruppo parlamentare di “responsabili”, possano mutare lo stato delle cose.
Sicché il centrodestra “classico” (Forza Italia insieme con la Lega e con FdI al posto di An) allargato a singoli personaggi provenienti dalle sue fila e messisi in aspettativa per quattro anni e coinvolgendo altri movimentini nel frattempo formatisi, compreso quello animalista al quale l’ex-premier sembra essere molto vicino, dovrebbe sfidare il centrosinistra ancor più deteriorato dalla scissione avvenuta nel Pd, dal malumore che quasi tutti avvertono nei confronti di Renzi, dalla babelica formazione che si sta aggregando attorno a Pisapia.
Anche questa alleanza – chiamiamola così per comodità – non sembra destinata a grandi successi. Una “narrazione”, per restare in tema, l’aveva iniziata il Pd con l’avvento del leader toscano, ma brutalmente si è interrotta nei tempi e nei modi che sappiamo. Tanto il centrodestra quanto il centrosinistra sono oggettivamente solidali – almeno così sembra – nel consegnare l’Italia a Grillo il cui movimento, non a caso, nei sondaggi risulta primo per quanto eroso da talune uscite della sua non brillante, ma loquace classe dirigente (chiamiamola così). Per evitare la sciagura suprema, vale a dire un governo pentastellato, all’uno e all’altro schieramento conviene, dunque, una legge elettorale che ne determini la sconfitta politica in Parlamento, vale a dire un accordo ex-post che qualcuno volgarmente chiama “grande inciucio”.
Tutto bene quel che finisce bene? Ma neppure per sogno. L’incubo di vedere Pd e Forza Italia, con i loro “cespugli”, insieme ancora per anni, toglie il sonno perfino a chi si è distaccato dalla politica, come quel circa quaranta per cento di elettori che non andranno a votare o voteranno scheda bianca o sono indecisi a tal punto che all’ultimo momento potrebbero davvero per disperazione scegliere il M5S.
Arrivati alla fine della legislatura, con un governo moribondo, una maggioranza che si è dissolta, degli schieramenti che non sanno più su chi possono contare, non si sa davvero come andrà a finire la partita tanto per il centrodestra che per il centrosinistra. La frenetica attività nei due campi non sembra rivolta a governare i problemi del Paese, dall’immigrazione alla siccità, passando per la disoccupazione e l’impoverimento, ma a comporre dei grotteschi puzzle ai quali mancheranno comunque tessere importanti. Le clientele sono all’opera. I collettori di consensi si offrono a chi ritengono abbia più chances di vittoria. Le catene di montaggio della partitocrazia assopita hanno preso a lavorare a pieno regime. E a nessuno viene in mente che senza una prospettiva politica, di ampio respiro e volta a ridare un po’ di dignità a questo Paese nel quale sembra che tutti abbiano cittadinanza tranne gli italiani, non c’è futuro per nessuno.
Qualcuno le elezioni le vincerà, ovviamente. Non è detto che governi e se governa non è garantito che lo faccia a lungo e bene. In una legislatura le forze politiche non sono state capaci di approvare una sola riforma strutturale, hanno mandato a monte la riscrittura della Costituzione perché quella proposta era francamente indecente, hanno lasciato sopraffare dall’invasione migratoria una nazione allo stremo, ma alti lai hanno fatto sentire contro la “casta”, cioè contro se stesse, utilizzando l’antipolitica per fare politica. Una vergogna, un suicidio?
Non abbiamo visto centrodestra e centrosinistra prendere le difese della politica stessa, rivendicarne il primato a presidio della democrazia contro le élites tecnocratiche e finanziarie; tutti, appassionatamente sovranisti (a proposito, già in disuso a destra questo concetto?), non hanno reclamato per le gazzarre orchestrate da minoranze volgari e ignoranti contro le prerogative del Parlamento, rappresentante della nazione, che di fatto non conta più nulla, tranne che fare da cassa di risonanza alle contumelie contro presunti privilegi, ma questo è un altro discorso.
Il vuoto, come abbiamo visto, è stato “colmato” (si fa per dire) da una virulenta campagna neo-antifascista, che certo non ha appassionato gli italiani, come se fossimo tornati all’immediato dopoguerra. Secondo una delle più alte cariche dello Stato sarebbe arrivato il momento di smantellare i simbolo del regime che crollò settantaquattro anni fa: ci aspettiamo di veder abbattere l’Eur, il Foro Italico, via dei Fori Imperiali ed almeno un centinaio di cittadine, paesi e borghi, oltre che assistere sbigottiti all’Agro Pontino nuovamente sommerso dalle paludi. Li vogliamo cancellare o no, insieme con molti altri, questi inequivocabili simboli della tirannia?

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