COMUNALI: PROVE GENERALI PER GOVERNARE

di Cristina Del Tutto – Lo sappiamo tutti, le amministrative non appassionano i cittadini, almeno nei Comuni che non sono interessati al voto. Eppure il voto di domenica ci ha riservato molte sorprese, che potrebbero delineare nuovi scenari politici a livello nazionale. La notizia che ha fatto più discutere ha riguardato il risultato, oggettivamente deludente, del Movimento 5Stelle, che ha perso il braccio di ferro con Pizzarotti, che ha fatto una pessima figura a Genova, mentre solo in sei città su 140 andrà al ballottaggio. In generale i risultati, in termini di percentuali, non hanno retto il confronto con il centrodestra da una parte e il centro sinistra dall’altra. Era prevedibile che, ancora a scrutini aperti, qualcuno annunciasse la morte del tripolarismo in Italia. Indubbiamente il Movimento di Grillo è nell’occhio del ciclone, ma la questione solo in parte ha a che vedere con il numero di voti conquistati in queste amministrative nelle quali, ricordo, sono andati alle urne 1.004 Comuni con un totale di 8 milioni di elettori. Per la prima volta in maniera così evidente i Cinque Stelle mostrano tutte le fragilità di un sistema che, per molti versi è stato innovativo, per altri ha peccato di presunzione. Gianroberto Casaleggio aveva un progetto visionario da realizzare, secondo il quale la differenza tra la classe politica che rappresenta i cittadini dentro le Istituzioni e i singoli cittadini doveva essere eliminata. Come due universi paralleli destinati a percorrere la stessa strada su binari diversi. Casaleggio credeva di poter creare un’anomalia in questo sistema generando una distorsione che ha fuso le due realtà in un unico universo. E ci è riuscito.

Cristina Del Tutto

Cristina Del Tutto

I portavoce e gli attivisti del movimento ne sono la diretta conseguenza. Normali cittadini che conoscono la politica dalle notizie dei telegiornali e dai quotidiani, sono stati catapultati da un giorno all’altro nei meandri della politica senza sapere come si scrive una legge, come si legge un bilancio, senza conoscere la complessità delle Istituzioni. Era questa la sua scommessa, presentare un esercito di sconosciuti da contrapporre a chi alla politica aveva dedicato tutta una vita. Due concezioni diverse di politica che difficilmente potranno convivere insieme. Fino a questo momento l’azione dei Cinque Stelle si è basata sull’improvvisazione anche se, almeno in Parlamento, le falle della loro totale inesperienza sono state mascherate dall’essere all’opposizione. Purtroppo Casaleggio senior è morto troppo presto per verificare gli effetti della sua creazione e rimodellarla in base ai risultati acquisiti. Era lui la mente, il visionario. Beppe Grillo è stata la sua voce, soltanto perché di certo Casaleggio non era un uomo che poteva trainare milioni di persone con il suo eloquio. La sua dipartita rischia di coincidere con un inesorabile declino del Movimento da lui creato. In questa tornata elettorale i grillini hanno pagato il prezzo della loro incompetenza che, in politica, si traduce in inaffidabilità. Il caso Raggi è balzato alle cronache italiane, ma in tutto il territorio nazionale gli “attivisti” per passione, o quelli che avevano già conquistato dei posti nei consigli comunali, col tempo hanno fatto perdere credibilità al loro Movimento mentre gli italiani, passata la “sbornia” della novità, ricominciano a prediligere persone in grado di sedere nelle Aule Consiliari con cognizione di causa e idee chiare. L’altro problema che Casaleggio ha lasciato irrisolto riguarda la linea politica che, a quanto pare, cambia in base al gruppo di persone che di volta in volta rappresentano il Movimento, in una continua lotta interna tra chi deve prevalere. Mentre in Parlamento gli effetti delle decisioni sono, per così dire, differiti, nelle amministrazioni comunali è esattamente il contrario. Probabilmente è questa condizione ad aver inciso sul risultato del voto di domenica: gli italiani hanno preferito facce conosciute di cui si conosce il trascorso, non dilettanti. Quando la Raggi venne candidata a Roma era una perfetta sconosciuta, che non brillava per simpatia e che cercava di nascondere le sue insicurezze attraverso una sgradevole arroganza. Eppure ha stravinto, i cittadini romani le hanno accordato fiducia perchè rappresentava la discontinuità. In questo senso, è vero che l’effetto Raggi c’è stato, dacché le sue peripezie hanno fatto il giro di tutti i telegiornali nazionali. Non a caso c’è chi nel Movimento comincia a mettere in discussione la regola del doppio mandato, dal momento che i grillini si sono accorti che i volti nuovi creano diffidenza, specialmente nei capoluoghi di media grandezza dove tutti più o meno si conoscono. Questa considerazione ci porta ad affrontare l’altra domanda che in questi giorni tutti si stanno ponendo: il Movimento Cinque Stelle è morto? Personalmente tenderei ad escluderlo. Se non trova però una sua identità il suo appeal sui cittadini è destinato a scemare. La reazione estemporanea di mettere in croce Luigi Di Maio rispecchia esattamente l’immagine di un popolino di attivisti che hanno trovato posto in Parlamento, che agiscono come delle mine vaganti al solo scopo, ammettiamolo, di fare le scarpe a quello che dovrebbe essere il loro ipotetico Presidente del Consiglio. Si alternano così, in questi giorni, alcuni gruppetti che scrivono sui loro blog quanto Di Maio sia bravo, altri che invece lo denigrano, e tutta una marmaglia di persone che rispondono all’infinito senza un motivo preciso. Dei buoni dirigenti di partito in una situazione similare non andrebbero a spifferare i loro umori su un blog, ma discuterebbero delle questioni nelle sedi più appropriate in modo da arginare il malcontento, non fomentandolo. Se il Movimento per qualche ragione dovesse mettere da parte tanto Di Maio quanto Di Battista, decreterebbe la sua condanna a morte. Nella logica dei personaggi affidabili e conosciuti, soltanto grazie a quei personaggi che dal 2013 si sono contraddistinti per peculiarità personali a livello nazionale i grillini potranno sperare di diventare il primo partito d’Italia. In questo momento la prudenza è d’obbligo. Il Movimento Cinque Stelle è ancora l’avversario più temibile per i due schieramenti di centro destra e centro sinistra, quindi nessuna illusione sulla presunta morte del tripolarismo. Se i Cinque Stelle sono alle prese con le debolezze del loro sistema, gli altri schieramenti sono ancora in alto mare. Renzi ha capito che da solo non vincerà le prossime elezioni e cerca un fantomatico accordo con le sinistre guidate da Giuliano Pisapia. Berlusconi e Salvini continuano a duellare per la leadership nel centro destra. Il pessimo risultato al Sud ottenuto da Salvini dimostra ancora una volta quanto la Lega nel Meridione non riesca ad attirare consensi. Eppure Salvini, nonostante il parere contrario di Umberto Bossi, ha voluto rischiare avventurandosi al Sud proprio perché voleva evitare la situazione che si è presentata dopo il voto di domenica. Forza Italia nel centro destra si è confermato il partito più radicato su tutto il territorio nazionale, la Lega per quanto forte rimane un partito che come rappresentanza si limita al Centro-Nord. Questo vuol dire che Matteo Salvini potrà alzare la voce quanto vuole, ma un candidato Premier deve rappresentare il Paese, non solamente una parte di esso. Diversamente farebbe perdere voti decisivi anche a FI e agli altri movimenti che ruotano attorno allo schieramento di centro destra. Dall’altra parte Silvio Berlusconi dovrebbe esser ben conscio che la sua avventura a Palazzo Chigi si è conclusa nel 2011, quindi la scelta più saggia suggerirebbe ai due leader di trovare un candidato per Palazzo Chigi che piaccia ad entrambi, magari un personaggio come il Governatore Toti, che ha un buon rapporto con Salvini, oppure un tecnico che sappia fare una buona sintesi tra le istanze di Berlusconi e quelle di Salvini. In questo caso c’è chi fa il nome del ministro Calenda. Di certo l’ipotesi di primarie del centro destra è ormai tramontata. C’è chi dice che Berlusconi è resuscitato ancora una volta, chi ha paventato un ritorno dello schieramento al Governo. Ma con quale classe dirigente? Il centrodestra ha ottenuto un buon risultato in questa tornata elettorale forse solo perchè tutti si aspettavano di peggio, ma siamo lontani da una condizione vincente. Il problema della classe dirigente nel centro destra è grande quanto una casa, eppure l’atteggiamento prevalente è ancora quello di far finta di niente. Saranno almeno quindici anni che Forza Italia continua a riproporre le stesse facce, le stesse dinamiche, gli stessi problemi. Berlusconi non ha intenzione di liberarsi di quanti gli sono fedeli, e i soliti noti non hanno nessuna intenzione di lasciare il passo a una nuova classe dirigente che, in verità, non esiste. Del resto un partito che non fa politica sul territorio, che non fornisce all’elettore dei punti di ritrovo, non sarà mai in grado di preparare una nuova classe politica che non sia formata dagli amici degli amici e da chi ha abbastanza soldi da spendere per aggiudicarsi una candidatura. C’è poi un’altra questione. Il centro destra ha ottenuto un buon risultato elettorale, ma per arrivare a questo risultato si è fatto ricorso ai voti di quei movimenti e partitini che si erano allontanati da Forza Italia con grandi polemiche, e ciò fa immaginare un futuro basato sui compromessi reciproci, strategia che potrebbe non portare molto lontano. Stessa sorte sembra accomunare Matteo Renzi che rischia di dover concedere alle sinistre ciò che ha rifiutato ai quei membri del suo partito che gli hanno sbattuto solo pochi mesi fa la porta in faccia. Mentre è immerso nelle sue riflessioni, il Segretario del Pd ha preso finalmente una decisione sensata, quella di dileguarsi facendo finta che le amministrative si svolgessero in qualche altro Paese. Il flop era nell’aria, e se anche questa volta ci avesse messo la faccia le dimissioni sarebbero state un obbligo. Per capire che ha veramente vinto o perso bisognerà aspettare i ballottaggi del prossimo 25 giugno. Comunque vada, ci auguriamo che in vista delle politiche, sia a destra che a sinistra abbiano capito la lezione più importante: non è la somma a fare il totale, poiché con i numeri si può vincere ma non si può governare.

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